| oggetto | reperto archeologico |
| soggetto/titolo | Porzione del basamento dell'obelisco di Piazza Montecitorio |
| autore/ambito | |
| misure | cm. 20x33x24 |
| proprietà | Ministero della Cultura |
| provenienza | Museo di Castel Sant'Angelo |
| acquisizione | deposito temporaneo 20/06/2024 |
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| Per approfondire | |
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Estratto dal Catalogo della Mostra "Il mondo salverà la bellezza? Prevenzione e sicurezza per la tutela dei beni culturali" Roma, Museo Nazionale di Castel Sant'Angelo, 13 luglio - 4 novembre 2021
24. Porzione di basamento di obelisco (Montecitorio) con cartiglio
Cronologia: Psammetico II (XXVI dinastia: 595-589 a.C.) Materia e tecnica: Granito rosso, Scolpito Misure: 44x20x24 cm Provenienza: Area di S. Lorenzo in Lucina (?), in origine gnomone dell'Orologio Solare di Augusto; dalla collezione di Camillo Orlando-Castellano Identificazione: pertinente a una scena della base dell'obelisco
Il frammento, già parte della collezione Orlando Castellano, è noto in letteratura (Bosticco 1957; D'Onofrio 1967, fig. 168; Roullet 1972, 79, n. 83) che lo attribuì all'Obelisco Campense, giunto a Roma nel 10 a.C. per celebrare la conquista di Ottaviano sull'Egitto insieme all'obelisco Flaminio. I due monumenti furono destinati a contesti romani particolarmente significativi: l'Obelisco Flaminio venne eretto sulla spina del Circo Massimo, mentre l'Obelisco Campense divenne lo gnomone dell'Horologium Augusti del Campo Marzio; il legame col sole è ricordato nell'iscrizione di dedica sul basamento, che ne commemora l'erezione dedicandolo al sole (Soli donum dedit: D'Onofrio 1967, 280, n. 1). Proprio il rapporto col sole accomuna l'Obelisco Campense a quello Flaminio: il primo per la funzione di gnomone, il secondo per la posizione sulla spina del Circo, struttura che definisce il percorso dei carri, il cui circuito evoca il ciclo solare. L'uso dell'Obelisco Campense nell'Horologium Augusti è ricordato da Plinio il Vecchio, che nella Naturalis Historia (36, 71-73) ne descrive la funzione e il rapido declino, che l'autore riferisce essere attribuito a vari motivi, da un cambiamento nel corso del sole, al cedimento delle fondazioni. L'obelisco rimase eretto a lungo: se ne conserva ancora memoria in un Itinerarium dell'VIII sec. (D'Onofrio 1967, 282 e n. 4), mentre l'abbattimento si data al sacco della città nel 1084 da parte dei Normanni di Roberto il Guiscardo (Roullet 1972, 79, n. 83). Da questo momento sin alla riscoperta, dell'obelisco si perde memoria; saranno i lavori di scavo condotti nella zona del Campo Marzio a riportarne alla luce i frammenti e a dare inizio alla nuova vita del monumento. I primi frammenti dell'Obelisco Campense furono portati alla luce nel 1463, durante i restauri alla chiesa di S. Lorenzo in Lucina; le prime notizie certe si datano però al 1475, come scrive Pomponio Leto che menziona parti del basamento romano (D'Onofrio 1967, 282, n. 3). Nel 1792 i frammenti superstiti furono assemblati e integrati delle parti mancanti, per essere eretti nella sede attuale, in Piazza Monte Citorio: attualmente, il monumento manca di un'intera faccia, quella rivolta verso il Palazzo di Monte Citorio, e anche le altre facce presentano ampie lacune. Come gran parte degli obelischi romani, l'Obelisco Campense fu commissionato per essere eretto in Egitto, molto probabilmente a Eliopoli, antica città a nord-est di Menfi che ha segnato le prime, significative tappe della storia faraonica (v. tra tutti Roullet 1972, 79, n. 83; provenienza probabile da Eliopoli in Porter-Moss 1995, 211). Pur mancando dati certi circa la sua collocazione antica, alcune informazioni fornite dal monumento stesso possono offrire utili indicazioni: il Pyramidion (sommità a forma di piramide dell'obelisco) è decorato con scene in cui il re Psammetico II, in forma di sfinge, offre a Atum e Ra-Harakht, divinità al vertice della città di Eliopoli; un altro gruppo di esseri legato al contesto della stessa città, chiamato i Ba (cioè esseri divini) di Eliopoli, è invece menzionato in una delle iscrizioni del fusto (per i testi e le scene del monumento a Roma: Ciampini 2004, 142-149). La provenienza da Eliopoli lo accomunerebbe, inoltre, ad altri obelischi romani, dal già citato Obelisco Flaminio, a quello della Rotonda o del Pantheon, a quello di Dogali presso la Stazione Termini, a quello Celimontano, nell'omonima villa. La città di Eliopoli si lega a una complessa dottrina cosmogonica e regale: le divinità dominanti già citate - il creatore Atum e il dio sole Ra - contribuiranno al suo prestigio di certo accresciuto anche dal legame che la dottrina eliopolitana strinse sin dall''epoca delle piramidi con la regalità. La città doveva però essere ormai pressoché abbandonata e in declino all'epoca della conquista romana: una fonte contemporanea al trasporto dell'obelisco a Roma, come Strabone (autore che scrive in greco tra il I sec. a.C. e il I sec. d.C.), descrive nel XVII libro della sua Geographiká una città abbandonata e con i segni di antichi saccheggi che dovevano averne avviato il declino. Lo stato di abbandono deve aver favorito la scelta romana di trasportare monumenti eliopolitani nell'Urbe, destinandoli a contesti celebrativi come il Circo Massimo e l'Orologio Solare; la città divenne così un importante deposito' di antichità da selezionare per arricchire una Roma ormai cosmopolita; la scelta fu anche favorita, dalla sua vicinanza al porto di Alessandria, da dove partivano le navi adibite al trasporto di monumenti anche di dimensioni eccezionali, come gli obelischi. Lo sforzo tecnico e organizzativo che ne comportava la rimozione, il trasporto e la nuova erezione a Roma è di per sé forse la prova più eloquente di una scelta mirata nella selezione dei materiali faraonici; questi erano destinati ad arricchire la città dominatrice di quello che si stava rapidamente avviando ad essere un Impero. La volontà di arricchire Roma di monumenti faraonici segna un'evoluzione nei modelli ideologici e culturali che si andavano delineando nel delicato momento di passaggio che è il Principato: con la conquista dell'Egitto, Roma completa un progetto politico che la vede dominare il Mediterraneo, e in questa nuova veste il potere si colora di elementi ben lontani da quelli di una Repubblica ormai in tramonto. La decisione, successiva alla scomparsa di Antonio e Cleopatra, dopo la sconfitta ad Azio, di promuovere un ampio programma di trasporto di materiali egizi a Roma deve aver risposto alle esigenze di un potere che stava accentrando nella figura del Princeps prerogative nuove. Seguendo l'esempio di altri conquistatori, dai Persiani ai Macedoni, Ottaviano si fece rappresentare in Egitto in vesti faraoniche, suggellando così, agli occhi della cultura indigena, la continuità con l'istituzione che era stata la spina dorsale dello stato egizio (Huzar 1995). Nonostante la lacunosità dell'obelisco nella sua condizione attuale, grazi anche ai frammenti - tra cui è quello esposto in mostra - è possibile ricostruirne lo schema originario della decorazione (Fig. 1); un primo dato da considerare è la materia, il granito rosso: pietra tradizionalmente connessa con il sole, quindi coerente con una sua possibile collocazione a Eliopoli; dall'inizio del I millennio a.C. si era affermato anche l'uso di pietre di colore scuro (v. gli esempi, raccolti nel catalogo di Kuentz 1932, 55-60). La scelta del granito rosso rimarca il contesto solare, e non a caso, gli obelischi di epoca faraonica in granito rosso a Roma provengono da Eliopoli, a esclusione di quello Lateranense dal tempio di Amon a Karnak e quello della Minerva da Sais. Il programma decorativo dell'Obelisco Campense si collega a modelli antichi: anche se fortemente lacunoso l'obelisco conserva sul pyramidion scene di offerta (v. sopra), mentre le facce del fusto riportano due colonne di iscrizioni in geroglifico; la base è persa, ma un frammento dalla collezione Borgia, conservato al Museo Archeologico di Napoli (inv. 2326:AA.VV.1989,38-39), è pertinente a questa parte dell'obelisco; la scena, anche questa gravemente danneggiata, mostra Psammetico II inginocchiato, intento a una fumigazione d'incenso; sempre a una scena della base appartiene anche il nostro frammento, che riporta ancora leggibili un gruppo di segni (Fig. 2): subito sopra il cartiglio, contenente il nome Psammetico, si legge mri, "amato" (elemento di una fraseologia classica, che vuole il re amato dalle divinità). Il gruppo di segni dopo il cartiglio, di cui rimane la parte superiore, appartiene a una delle formule augurali che accompagnano il nome del re: nɧ mi r', "che viva come Ra". Dal punto di vista epigrafico, va notato che le dimensioni dei segni come anche la presenza delle linee che delimitano la colonna di testo, sono congruenti con quelle delle iscrizioni sul frammento del Museo Archeologico di Napoli.
Emanuele M. Ciampini
Bibliografia A.A.V.V., La Collezione Egiziana del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Napoli 1989. S. BOSTICCO, Frammento inedito dell'obeisco campense, Aegyptus 37, 1957, pp. 63-64. C. D'ONOFRIO, Gli obelischi di Roma, Roma 1967 (2° ed.). E.G. HUZAR, Emperor Warship in Julio-Claudian Egypt, in H. Temporini, W. Haase (hrsg) Aufstieg und Niedergang der Röms im Spiegel der neuers Forschung, II, Principat, 18.5, Berlin-New York 1995, pp. 3092-3143. CH. KUENTZ, Kuentz, Obelisques (Catalogue Générale du Musée du Caire 1932). B. PORTER, R. MOSS, Topographical Bibliography of Ancien Egyptian Text, Relief and Painting, VII, Nubia, the Deset, and outside Egypt, Oxford 1995 (rist. II ed.). A. ROULLET, The Egyptian and Egiptianizing Monuments of Imperial Rome, Leiden 1972.
Il frammento di granito rosso, risalente al regno di Psammetico II (595-589 a.C.) - XVI dinastia - e riconducibile all'obelisco campense di Piazza di Monte Citorio a Roma, viene consegnato pro bono al Ministero della Cultura tramite il Comando TPC nel marzo2021 da un conosciuto commerciante romano discendete da una nota dinastia di antiquari, il dottor Carlo Maria Fallani. Questa riconsegna è stata possibile grazie a un forte spirito di mecenatismo e sensibilità alla ricontestualizzazione dei beni, che hanno ispirato la restituzione del reperto allo Stato per inserirlo nuovamente nel suo contesto originario e garantirne la fruizione al pubblico. |